o’rre liar

metamorfosi teatrale dal King Lear di William Shakespeare
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liar111King Lear di William Shakespeare è un’opera che parla della caduta dei valori umani nella società, metafora del destino e archetipo di una condizione materiale dell’uomo, esplorata attraverso i rapporti paterni e filiali dai quali gli stessi dipendono e vengono determinati. Il Bardo recupera, probabilmente da manoscritti dell’epoca, e intreccia storie diverse, ma in questo senso coerenti: la favola del Re Lear e delle sue figlie , la storia di Gloucester e di figli legittimi e illegittimi. La nostra, di storia, intreccia un’ulteriore racconto che fa da sfondo all’intera vicenda e nasce da un’ipotesi investigativa: perché Shakespeare scrive Re Lear? Shakespeare sbarca a Napoli, il Viceré del Regno gli cede il teatro per una notte, a condizione che il proprio figlio non assista alla rappresentazione. William invece si invaghisce del figlio del Viceré, lo porta con sé in Inghilterra, lo prende nella sua compagnia, lo scrittura per le parti femminili: Giulietta, Ofelia, Desdemona. La peste arriva a Londra, Shakespeare si ammala, il giovane guitto lascia l’Inghilterra, la sua nave naufraga in prossimità delle coste del Golfo. Il Viceré nel frattempo venuto a conoscenza del mestiere intrapreso dal figlio e della promiscuità della sua condizione, lo ripudia. Il giovane riuscito a salvarsi dal naufragio e appresa la notizia del rifiuto del padre, piuttosto che rivelarsi, preferisce farsi rinchiudere nel manicomio della città. Qui istruisce i compagni-folli all’arte della “verità nella finzione” costruendo una città-stato nella quale accogliere i superstiti alla rovina di una società che non li riconosce più, quelli che non si adeguano ai valori correnti, che cercano rifugio dall’incomprensione, dalla compassione, dal pietismo, i sopravvissuti, guidandoli verso “l’arte della finzione nella verità”. Gli uni e gli altri a rievocare e a schernire la rovina morale dell’istituzione nella quale hanno vissuto, attraverso la metafora di un racconto. Una dimensione metateatrale della quale anche Shakespeare viene a conoscenza e traduce prima di morire, nell’opera del Re Lear, in omaggio al suo primo attore.
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RELIAR6Il buffone, guitto e ” fool”, per molto tempo presente nelle opere di Shakespeare, e che nel Re Lear si dilegua, assurge qui a condizione di status sociale, classe, popolo: rappresenta il superamento della necessità di un’integrazione a tutti i costi, di un’accettazione condizionata. I “sopravvissuti” , persone normali prima della distruzione di tutto, vengono invece accolti e accettati dai fool, seppur nella loro esplicita diversità: il voler ancora ricercare un contatto, una relazione, una considerazione da parte degli attuali normali, il voler raccontare e far sapere cosa li ha portati a quella condizione; il mettere in guardia quelli che ora li guardano come diversi…O’rre Liar racconta la storia dello sfortunato re inglese, attraverso la figura dei narratori altomedievali, gli joculatores domini, o Giullari di Dio e la condizione del novellus pazzus in mundo, il Signore non volle darmi altra saggezza che questa, restituendo a Dio la figura di capocomico, autore, regista dell’universo, e ai folli, ai diversi, ai disadattati la possibilità di “mettersi fuori dal testo” concependo la propria vita, come quella di Cristo, una performance rivoluzionaria. Riprendendo il tema della censura della diversità, della malattia mentale, della follia, ad opera di un potere della normalità, O’rre Liar riconduce ai prodromi di una teatralità definitasi compiutamente altrove (in un teatro delle origini, rituale, evidentemente affine alla tragedia greca), una teatralità che in quanto non-testo sottolinea nell’opera la centralità dell’aspetto performativo. Affermando così che significati di quella forma teatrale, distanti dalla rappresentazione, sono incompatibili con i valori e i modelli comportamentali del potere vigente, ancorchè psichiatrico, dandosi come comunicazione trans-razionale e con un senso a-istituzionale. Un lavoro di sperimentazione, ricerca e improvvisazione con una forte tensione simbolizzatrice in un sistema autoreferenziale ed entropico, in cui la precisione, la variazione e l’invenzione continua prefigurano in concreto una non fissità delle modalità produttive e compositive, con l’obiettivo di indurre una reazione emotiva negli spettatori e di compiere assieme un’esperienza.

“Che tempi sono quelli in cui dei pazzi conducono dei ciechi. ” (Gloucester, atto IV)
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RELIAR9King Lear di W. Shakespeare, O’rre Liar in napoletano, la storia dello sfortunato re inglese, nella nostra opera, viene raccontata attraverso la figura dei narratori medioevali, gli joculatores domini o giullari di Dio, e la metafora del novellus pazzus in mundo (il Signore non volle darmi altra saggezza che questa), restituendo a Dio la figura di capocomico, autore, regista dell’universo, e ai folli, ai diversi, ai disadattati la possibilità di “mettersi fuori dal testo” concependo la propria vita, come quella di Cristo, una performance rivoluzionaria. Riprendendo il tema della censura della diversità, della malattia mentale, della follia, ad opera di un potere della normalità, storicamente avvallato dalle pratiche coercitive di una ortodossia psichiatrica, O’rre Liar riconduce ai prodromi di una teatralità definitasi compiutamente altrove (in un teatro delle origini, rituale, evidentemente affine alla tragedia greca), una teatralità che in quanto non-testo sottolinea nell’opera la centralità dell’atteggiamento performativo. Questo lavoro è dedicato ad Antonin Artaud, e a quanti come lui ancora oggi scontano gli abusi di una psichiatria che non li considera persone, le pratiche delatorie di certi infermieri, il collaborazionismo di alcuni psicologi, e la rassegnazione delle loro famiglie.
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