mondo roerso

Ruzzante recita Ruzante
prima orazione al Cardenal Scornaro

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ruzante sitoweb

1496 o 1494 . O forse inizio del XVI secolo. Nasce a Padova (o forse a Pernumia) Angelo Beolco. E’ figlio di una servente che presta servizio nella casa di un giovane medico, che si invaghisce di lei e la rende madre. Questo medico, di origine milanese , si chiamava Francesco Beolco. Proveniva da una famiglia molto agiata, aristocratica, imprenditori nel ramo della tessitura. Diventerà un grande medico, autentico maestro della sua professione: docente all’Università di Padova e più tardi rettore della Facoltà di medicina. A venticinque anni, prima ancora di sposarsi, si invaghisce di una ragazzina che lavora come domestica in casa, ci fa l’amore, la mette incinta. Per evitare lo scandalo la servetta viene portata in campagna nel podere dei Beolco, affinché si liberi segretamente del bambino. La madre di Francesco, il dottore, è una donna tutta d’un pezzo, straordinaria, generosa e di ferrea moralità. Scopre le ragioni dell’allontanamento della giovane, si reca in campagna, riporta la ragazza col neonato a casa e impone a Francesco di riconoscere il bambino, almeno come figlio naturale. In poche parole: un bastardo. Il piccolo, illegittimo, ma non escluso dalla famiglia Beolco, è letteralmente adorato dalla nonna Paola che impone una variante nel testamento a suo favore. Vivrà nella casa padronale, ma non gli sarà dato di frequentare le scuole superiori. A quindici anni si dimostra di un ingegno straordinario (che no xe el caso de l’atore che deso lo interpreta par caso): traduce dal latino a braccio, parla e scrive in non so quante lingue, conosce la matematica, la fisica, la geometria e dimostra un talento naturale per il teatro (tuto el contrario de l’ator che lo interpreta). Ha tutti i numeri per entrare nell’Università: ma non gli è concesso perché nel Cinquecento ai bastardi era proibito l’accesso. Il povero ragazzino soffre come un cane. Si racconta che un giorno, per riuscire ad assistere a una lezione, si traveste addirittura da facchino, si finge inserviente; viene scoperto e mandato via a calci, lui che è il figlio del rettore. Angelo trascorre la sua adolescenza nella casa di contrada San Daniele fornita di stalla. Il giovinetto aveva presto preso dimestichezza con gli animali, assuefacendosi agli effluvi stallatici e agli afrori equini. Nella quarta scena del secondo atto dell’Anconitana, spiega come il suo soprannome Ruzante derivi dal fatto di avere praticato gli animali. Infatti, quando sier Thomao gli chiede: “Ti diè aver nome Ruzante, perché ti ruzi sempre, n’è vero?” Angelo gli risponde: “El me derto lome è Perduòçimo, mo quando iera putato, che andaséa con le bièstie, sempre mé a’ ruzava o con cavale, o con vache, o con scroe, o con piegore … . E perzòntena i me messe lome Ruzante, perché a’ ruzava”.

Il Ruzante, così chiamato dal nome di un suo personaggio, è il più grande autore di teatro che l’Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell’avvento di Shakespeare. Commediografo, attore, capocomico, ha anticipato maschere ed intrecci tipici della commedia dell’Arte ed ha saputo fondere il tragico e il comico in maniera tale che l’Ariosto, suo contemporaneo, lo definì meraviglioso.  Uomo estremamente colto, Ruzzante si opponeva ai ruoli convenzionali sia nella società che nella letteratura, prendendosi gioco dei saccenti e degli accademici. Le sue opere furono censurate per tre secoli in seguito alla Controriforma; riscoperte dai Francesi, tornarono sulle scene italiane soltanto nel secolo scorso.  Le commedie del Ruzante si rifanno ai  ‘mariazi’ tradizionali e alle farse oscene di derivazione boccaccesca: nel linguaggio fortemente realistico del dialetto pavano, sono rappresentati i temi di sempre, come le fatiche del lavoro ma anche i piaceri della vita, il contrasto fra città e campagna, l’ingiustizia sociale … Il contadino Ruzante ci mostra, pur nello scherzo e nell’ironia, le tensioni che colpiscono gli strati sociali più umili, la violenza dell’agire umano e l’ assurdità del ‘roerso mondo’ – il mondo alla rovescia –.

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Ruzante_statua
ALVISE CORNARO
Ruzante ha soltanto diciotto anni quando incontra il suo mecenate. Si tratta di Alvise Cornaro, letterato e architetto. Molti Cornaro sono stati dogi di Venezia, questo però è segnato da una incredibile maledizione che si porta sulla fronte: padre, nonni e zii dell’Alvise sono stati cacciati da Venezia per tradimento e per truffa nei confronti dello Stato; così ora tutta la famiglia Cornaro si ritrova esiliata, costretta fuori della laguna di San Marco. Ma non se la passano neanche male, risiedono in una delle più belle ville padovane del Cinquecento. Alvise Cornaro era oltretutto un intellettuale preparato, uno scienziato, tanto da scrivere testi ancor oggi consultati e studiati nelle università: saggi di igienistica, architettura e idraulica. Si deve a lui se oggi la Serenissima non è ridotta nella stessa condizione dell’attuale Ravenna: cioè letteralmente insabbiata. Per salvarla dall’interramento l’Alvise realizzò la deviazione di ben tre fiumi, che ancora oggi rovesciano le proprie acque nella laguna di Venezia. Ancora: spostò il corso dell’alto Po costringendolo
a scaricarsi ai lati nord e sud della Serenissima. Ha salvato Venezia, ma è costretto a starsene sempre fuori!

L’Alvise scarica la propria malinconia beneficiando ogni uomo di talento che gli capiti d’incontrare. Da autentico mecenate scopre e sostiene artisti come Tiziano, Giorgione, Calmo, Ariosto e Aretino. Quando incontra il Ruzante ne intuisce subito le notevoli qualità e diventa suo protettore. Lo ospita nella propria villa e gli mette a disposizione una compagnia, una vera e propria compagnia di teatro che, seppur composta da dilettanti, agisce in continuità. I primi lavori teatrali di Ruzante ottengono successi straordinari, ma la fama esplode quando riesce a recitare un’orazione per Marco Cornaro, cardinale arcivescovo, il vicepapa, cugino di Alvise. Non a caso Marco Cornaro viene definito vicepapa: infatti questo suo ruolo gli veniva dall’impegno al quale era stato destinato dal pontefice in persona.
alfredo de venuto

(compendio di estratti da Dario Fo ripropone e recita Ruzante, testo e traduzione di Franca Rame, 1993 et altri scritti)
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LA PRIMA ORAZIONE. UNA LETTERA GIOCOSA

Nell’estate 1521 il cardinale Marco Cornaro si era insediato nell’arcivescovado di Padova, accolto con solenni discorsi delle autorità. Nell’immaginazione dell’autore anche Ruzzante tiene un suo discorso, implicitamente contrapposto a quello degli oratori ufficiali, avanzando una serie di proposte a nome dei contadini, tutte ruotanti intorno ai temi primari della fame e del sesso. Alla fine arriva a ipotizzare una società perfetta dove a ogni uomo di campagna sia lecito avere quattro mogli e a ogni contadina quattro mariti. Cosi la rivalità fra città e campagna, fra cittadini e contadini, verrà meno e si formerà un solo parentado. Il testo è in dialetto pavano.

Questo monologo, riconosciuto come un capolavoro dell”ars oratoria”, descrive la vita dei contadini che vivono nella campagne tra Padova e Venezia. Il portavoce della comunità rurale, Ruzante, uomo semplice ma di grande vitalità e giocondità, chiede al Cardinal Cornaro di introdurre nuove leggi basate sul piacere e sui bisogni naturali per liberare il popolo dalle costrizioni della morale e dalla soggezione alle classi privilegiate.

Nell’Orazione domina l’affettuosa simpatia per la gente contadina, che è poi tutta la gente povera, oppressa, ingiustamente misconosciuta. Tale simpatia, che in modo più o meno aperto pervade quasi tutta l’opera del Beolco, assume, nell’ Orazione  la forma più appassionatamente polemica in difesa degli uomini delle “ville“, nei quali, inoltre, si riflette quel sogno della vita “naturale” che per l’autore coincide anche con la piena sanità dello spirito.
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frecciaDxG
 gallerie fotografiche
 l’avventura teatrale di Ruzante
le compagnie della calza

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