nostos

1995 – 2005  dieci anni di ricerca teatrale
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nostos fronte copDue ragioni e un tentativo per un titolo insolito. La prima ragione è il ricorrere di un anniversario: il decennale di un laboratorio teatrale, che non ha voluto darsi il carattere di impresa, ma che attraverso la propria intraprendenza è riuscito a sopravvivere nonostante il proprio carattere specifico, la ricerca drammatica e il suo sviluppo, siano state in questi tempi subordinate ad un potere economico e culturale più attento alle convenzioni consolidate del teatro di tradizione e più in generale alle garanzie di successo della comunicazione di massa.

Una ricerca che ha delineato un orizzonte di un fare teatro attivo e presente che ha privilegiato l’analisi e lo studio delle modalità di produzione scenica di un linguaggio a matrice fisica, che ha ricercato nel corpus dell’attore, nella disciplina e nell’artificializzazione formale delle sue azioni fisiche, un’espressione priva di elementi accidentali e contingenti, di una facile spontaneità, di una narcisistica esibizione delle emozioni.Un orizzonte consapevole della necessità di porre al centro della propria esperienza il disagio e l’emarginazione sociale, di rimuovere  attraverso la pratica del teatro, gli ostacoli che impediscono all’individuo di manifestarsi in modo totale.E nell’ambito del movimento del pensiero determinare itinerari e sentieri per incontrare il teatro orientale, le sue poetiche e convenzioni, le sue astrazioni e la sua forza d’urto; per rimettere in discussione, nell’arte scenica, la prevalenza e il predominio del dato cognitivo sul dato percettivo, della negazione del mistero, dell’invadente produzione di senso.

Nella messa in discussione dello spazio teatrale convenzionale e la sua funzione architettonica di edificio-contenitore, nell’esplorazione che ogni rappresentazione teatrale fa dei rapporti individuo/mondo ed evento/spazio, che attiene alla prossemica e al coinvolgimento attivo di un non più solo spettatore, ma testimone-astante; nella capacità di affrontare i problemi relativi alla definizione di uno spazio, esatto per ogni spettacolo, senza darlo per scontato.Una trasgressione-rifiuto-ricerca che coincide con la riappropriazione delle cavità teatrali, così chiamate da Schechner, gli spazi storici e aperti, mura e piazze, vuoti che costituiscono la spazialità delle città storiche e che testimonia il legame profondo e magico che esiste tra architettura e teatro.Un legame che rimanda direttamente alle origini del teatro e che funge da viatico ad un progressivo avvicinamento e valorizzazione della tragedia greca, in cui la profondità nel cogliere l’essenza di un fenomeno, svela il significato del mito e la magia del rito.

E ancora la progressiva consapevolezza della subordinazione del teatro e delle arti sceniche tutte, alla dimensione più vasta e conglobante della cultura, intesa come fonte generatrice di una prassi artistica in cui la conoscenza della tradizione delle arti sceniche, gioca un ruolo fondamentale rispetto agli esiti ottenuti; la necessità quindi di strutturare itinerari che prevedano la ricerca documentale ordinata e sistematica, la proliferazione di strumenti culturali e cognitivi la cui fruizione permetta e favorisca l’autogestione dei processi creativi e la diffusione della cultura dello spettacolo dal vivo.

La seconda ragione sta nel senso di continuare a fare teatro e per chi. Sappiamo che in questi anni ci siamo rivolti ad un elìte, ma un’elìte presa in tutti gli ambienti, persone che amano il teatro, che seguono regolarmente i nostri spettacoli, e che sa ciò che facciamo. Che spesso dice o lascia scritto che in nessun luogo come qui, vive o ha vissuto emozioni entusiasmanti e un forte desiderio di approfondire la conoscenza del teatro. A queste persone ci siamo rivolti e continueremo a rivolgerci accettando di continuare a percorrere le rotte difficili che ci aspettano, le difficoltà dei passaggi, l’impetuosità delle maree, e gli  attraversamenti che ne deriveranno.
Ancora una volta un tentativo.
Nella condizione di naufraghi senza sponde.
E  senza nóstos.
alfredo de venuto
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