o’rre liar_

theatrical metamorphosis from King Lear by William Shakespeare __________________________________________________________________________________________________

liar111King Lear by William Shakespeare is a work that speaks of the fall of human values ​​in society, and archetypal metaphor for the fate of a man’s material condition, explored through relationships and paternal branches from which themselves depend and are determined. The Bard recovers, probably from manuscripts of the time, and intertwines different stories, but in this sense coherent: the tale of King Lear and his daughters, the story of Gloucester and of legitimate and illegitimate children. Ours, of history, intertwined another story which is the background to the entire story, and comes from investigative hypothesis: why Shakespeare wrote King Lear? Shakespeare arrives in Naples,  the Viceroy of the Kingdom shall vacate the theater for one night, on condition that their child does not assists the performance.William instead falls in love with the son of the Viceroy, takes him to England, he takes it in his company, uses he for the female parts: Juliet, Ophelia, Desdemona.The plague arrived in London, Shakespeare gets sick, the young man strolling leaves England, his ship wrecked off the coast of the Gulf of Naples.The Viceroy meanwhile learned the trade undertaken by his son and promiscuity of his condition, it repudiates. The young man managed to escape from the wreck and hearing the news of the rejection of his father, rather than reveal, he prefers to be locked up in the mental hospital in the city. Here instructs the companionscrazy to the art of truth in fiction“, building a city-state in which to welcome the survivors to the ruin of a society that does not recognize them anymore, those that do not conform to current values​​, seeking refuge misunderstanding, compassion, from pity, the survivors, guiding them towards the art of fiction in truth“. The one and the other to recall and taunt the moral ruin of the institution in which they lived, through the metaphor of a story. A meta-theatrical dimension of which Shakespeare also comes to know and translates before his death, in the work of King Lear, in honor of its first actor.
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RELIAR6Il buffone, guitto e ” fool”, per molto tempo presente nelle opere di Shakespeare, e che nel Re Lear si dilegua, assurge qui a condizione di status sociale, classe, popolo: rappresenta il superamento della necessità di un’integrazione a tutti i costi, di un’accettazione condizionata. I “sopravvissuti” , persone normali prima della distruzione di tutto, vengono invece accolti e accettati dai fool, seppur nella loro esplicita diversità: il voler ancora ricercare un contatto, una relazione, una considerazione da parte degli attuali normali, il voler raccontare e far sapere cosa li ha portati a quella condizione; il mettere in guardia quelli che ora li guardano come diversi…O’rre Liar racconta la storia dello sfortunato re inglese, attraverso la figura dei narratori altomedievali, gli joculatores domini, o Giullari di Dio e la condizione del novellus pazzus in mundo, il Signore non volle darmi altra saggezza che questa, restituendo a Dio la figura di capocomico, autore, regista dell’universo, e ai folli, ai diversi, ai disadattati la possibilità di “mettersi fuori dal testo” concependo la propria vita, come quella di Cristo, una performance rivoluzionaria. Riprendendo il tema della censura della diversità, della malattia mentale, della follia, ad opera di un potere della normalità, O’rre Liar riconduce ai prodromi di una teatralità definitasi compiutamente altrove (in un teatro delle origini, rituale, evidentemente affine alla tragedia greca), una teatralità che in quanto non-testo sottolinea nell’opera la centralità dell’aspetto performativo. Affermando così che significati di quella forma teatrale, distanti dalla rappresentazione, sono incompatibili con i valori e i modelli comportamentali del potere vigente, ancorchè psichiatrico, dandosi come comunicazione trans-razionale e con un senso a-istituzionale. Un lavoro di sperimentazione, ricerca e improvvisazione con una forte tensione simbolizzatrice in un sistema autoreferenziale ed entropico, in cui la precisione, la variazione e l’invenzione continua prefigurano in concreto una non fissità delle modalità produttive e compositive, con l’obiettivo di indurre una reazione emotiva negli spettatori e di compiere assieme un’esperienza.

“Che tempi sono quelli in cui dei pazzi conducono dei ciechi. ” (Gloucester, atto IV)
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RELIAR9King Lear di W. Shakespeare, O’rre Liar in napoletano, la storia dello sfortunato re inglese, nella nostra opera, viene raccontata attraverso la figura dei narratori medioevali, gli joculatores domini o giullari di Dio, e la metafora del novellus pazzus in mundo (il Signore non volle darmi altra saggezza che questa), restituendo a Dio la figura di capocomico, autore, regista dell’universo, e ai folli, ai diversi, ai disadattati la possibilità di “mettersi fuori dal testo” concependo la propria vita, come quella di Cristo, una performance rivoluzionaria. Riprendendo il tema della censura della diversità, della malattia mentale, della follia, ad opera di un potere della normalità, storicamente avvallato dalle pratiche coercitive di una ortodossia psichiatrica, O’rre Liar riconduce ai prodromi di una teatralità definitasi compiutamente altrove (in un teatro delle origini, rituale, evidentemente affine alla tragedia greca), una teatralità che in quanto non-testo sottolinea nell’opera la centralità dell’atteggiamento performativo. Questo lavoro è dedicato ad Antonin Artaud, e a quanti come lui ancora oggi scontano gli abusi di una psichiatria che non li considera persone, le pratiche delatorie di certi infermieri, il collaborazionismo di alcuni psicologi, e la rassegnazione delle loro famiglie.
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